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martes, 18 de agosto de 2015

Come gustare il tè verde


Quella verde è, tra tutti i tipi di tè, la varietà che subisce meno trasformazionie, che preserva le proprietà della pianta originaria. Il motivo risiede nella sua produzione, che avviene ancora oggi in modo artigianale e che consiste in tre passaggi: la torrefazione breve a vapore delle foglie appena colte, che blocca l’ossidazione dei principi attivi; la rollatura, in cui le foglie vengono avvolte su loro stesse; e, infine, l’essiccazione. Un terzo del peso delle foglie del tè verde è rappresentato dai polifenoli, chiamati anche catechine: sono queste le principali molecole responsabili delle sue innumerevoli proprietà, che vanno da quelle diuretiche e dimagranti a quelle antitumorali. Qualsiasi sia la varietà di tè verde scelta, per beneficiarne appieno va assunto nel modo giusto e nelle giuste quantità.

Alleato del benessere
Le sue proprietà:
Antiossidanti. Contrasta i radicali liberi, i responsabili dell’invecchiamento cellulare e dei danni al DNA. Inoltre, lega il ferro, impedendogli di ossidare e far invecchiare i nostri tessuti. Queste proprietà antiaging riconoscono al tè verde un ruolo nella prevenzione delle patologie cardiovascolari, infiammatorie e autoimmuni.
Idratanti e mineralizzanti. Contribuisce a incrementare l’introito di liquidi giornalieri e apporta minerali preziosi come calcio, ferro, rame, zinco, selenio, manganese, cromo e magnesio.
Diuretiche. Contrasta la ritenzione e promuove il drenaggio dei liquidi in eccesso nei tessuti.
Anti obesità. Ratti obesi nutriti a tè verde tendono a dimagrire, perché sembra che le catechine impediscano ai vasi sanguigni di irrorare le cellule adipose, ostacolandone la crescita. Inoltre il tè verde è in grado di bloccare la lipasi, l’enzima che digerisce i grassi.
Proprietà antidiabetiche. Regolarizza i livelli di glucosio nel sangue e migliora la resistenza insulinica, condizione che predispone al diabete.
È adatto a tutti. Ha un ridotto contenuto di caffeina rispetto alle altre qualità di tè: ciò ne consente un uso frequente anche nei giovani.
È gradevole al gusto privo di calorie.

L’azione antitumorale
Il polifenolo più importante del tè verde è l’epigallocatechina 3-gallato (EGCG). Sembra sia in grado di bloccare la proliferazione dei vasi che alimentano il tumore, soprattutto di vescica, prostata, seno e stomaco. Altre ricerche hanno dimostrato che previene le forme cancerose indotte da agenti tossici ambientali. Le catechine potrebbero favorire, inoltre, la morte delle cellule tumorali.

lunes, 7 de julio de 2014

Salute: novità per la pelle dei pazienti oncologici

Con la collaborazione della Professoressa Maria Concetta (Pucci) Romanodocente di terapie speciali dermatologiche dell’Università Tor Vergataresponsabile del servizio dermatologico Asl ROMA C e dell’ambulatorio di dermatologia in oncologia dell’Az. Osp. San Camillo Forlanini di RomaVicepresidente SKINECO (Associazione Internazionale di Dermatologia Ecologica; Presidente dell’associazione “Il corpo ritrovato”, fondata tre anni fa con la collega Gabriella Fabbrocini, professore associato  di Dermatologia all’Università di Napoli Federico II. L’associazione ha all’attivo già numerosi convegni e pubblicazioni scientifiche d’interesse internazionale.
Non si tratta di intervenire su un inestetismo. Né soltanto dell’esigenza di alleviare i sintomi delle patologie cutanee. Quello che i dermatologi, membri dell’associazione “Il corpo ritrovato”, hanno intenzione di realizzare è un compito ben più arduo: prevenire e curare l’insorgere di tossicità della pelle nel paziente che si sottopone a terapie oncologiche. Per farlo, sono stati creati degli ambulatori dedicati. Qui l’attenzione, in sinergia con i medici oncologi, è rivolta in primo luogo alla scelta dei farmaci usati nel percorso di cura. Visto che il problema parte soprattutto da lì.

Gli antitumorali
Da 40 anni a questa parte, lo studio di nuove molecole nella ricerca farmaceutica ha permesso passi da gigante nella lotta al cancro. Se negli anni ’60 la lista dei chemioterapici era ridotta, oggi il numero dei diversi medicinali sfiora quota 170. A fare la differenza, negli ultimissimi anni sono stati i farmaci biologici. Questi prodotti colpiscono con maggiore precisione le cellule bersaglio tumorali, attraverso un’azione di blocco dei fattori di crescita. Vengono somministrati dopo un’accurata analisi genetica, tant’è che siamo in grado di parlare di terapie personalizzate perché studiate sul singolo individuo. Tuttavia “la terapia biologica ha un handicap alla base – commenta la professoressa Maria Concetta Romano, responsabile del primo ambulatorio dedicato alla dermatologia in oncologia, attivo al San Camillo di Roma - perché il fattore di crescita che viene inibito è presente anche nella pelle. La conseguenza è un danno a carico della barriera cutanea che perde velocemente il suo equilibrio generando problemi classificati sotto il nome di diverse patologie: dalle lesioni di unghie e capelli, al rash, dalle infiammazioni alla follicolite”.

Un diverso tipo di approccio
Le finalità che l’associazione “Corpo ritrovato” vuole portare avanti toccano un aspetto innovativo nell’ambito delle cure anti cancro. Con la loro attività gli specialisti credono in un differente approccio alle cure: chi è affetto da neoplasia deve credere nella guarigione, senza rassegnarsi al dolore o alle reazioni che le terapie possono provocare. Il lavoro, la ricerca e, se vogliamo, la grande sensibilità dimostrata dai medici, ha come scopo finale la guarigione della persona che non si può dire completa se il benessere psicofisico risulta devastato da menomazioni o malattie cutanee invalidanti. Il messaggio di speranza trasmesso da questi medici è che, nel futuro, perdere i capelli, le unghie, o subire lesioni e infiammazioni non debba più essere il prezzo necessario pur di sopravvivere al cancro. Il corpo è il nostro motore. Il biglietto da visita nella società. Gli effetti delle cure che lo debilitano non sono caratteristiche secondarie e meritano di essere affrontate.

Scoperta una molecola che fa scoppiare le cellule del cancro

Uccidere le cellule tumorali "ubriacandole", questa l'intuizione dei ricercatori dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano. In particolare, gli esperti hanno usato una molecola che intossica le cellule del tumore della tiroide e le costringe a "bere" liquidi fino a scoppiare. La scoperta è stata pubblicata su Oncotarget e presentata al congresso mondiale della European Association for Cancer Research di Monaco




Grazie ai fondi dell'Airc - La ricerca è stata finanziata dall'Associazione italiana ricerca sul cancro. Gli scienziati hanno scoperto che la molecola chiamata miR-199a-3p, in genere presente a bassi livelli nel carcinoma della tiroide, se viene reintrodotta è in grado di intossicare le cellule tumorali. 

Le cellule tumorali muoiono in massa - I ricercatori spiegano: "La sua produzione porta le cellule del tumore a riempirsi di liquido extracellulare fino a scoppiare, causandone una morte in massa". 

Maria Grazia Borrello, a capo del team di ricerca, precisa: "Questo risultato è d'interesse sia per i pazienti con carcinoma papillare della tiroide, sia in generale per terapie antitumorali innovative. Il carcinoma papillare della tiroide è in costante crescita e, sebbene generalmente sia associato a una buona prognosi dovuta alla risposta positiva ai trattamenti chirurgici o con radioterapia, il 10% dei casi presenta una malattia progressiva e resistente alle terapie tradizionali. La molecola miR-199a-3p rappresenta quindi una potenziale strategia terapeutica".

L'esperta aggiunge: "Inoltre, essendo le cellule tumorali frequentemente resistenti all'apoptosi, e cioè alla morte programmata delle cellule, l'identificazione di un meccanismo alternativo per indurre questa morte è di sicuro interesse anche per altre patologie tumorali".